Le polemiche scatenate dalle televisioni private e dalla politica sovranista italiana a seguito della tragedia di Crans-Montana, che hanno sciacallato e lucrato su questo dramma, dovrebbero bastare per ricordarci quanto sia fondamentale non indebolire il servizio pubblico svizzero dell’informazione.
Diciamolo pure a chiare lettere: chi, ora, dall’interno, rivolge le sue armi populiste contro la storia, la tradizione, il pluralisimo e la deontologia di questo nostro prezioso servizio è in malafede e si contraddice, perché, minando per motivi ideologici il settore pubblico, di fatto favorisce le grosse concentrazioni economiche private, anche straniere, tradendo la cultura, l’indipendenza e la democrazia del nostro Paese.
È del tutto evidente che, in un periodo in cui i giganti delle tecnologie e dell’intelligenza artificiale, le reti sociali e le fake news esercitano un potere sempre più forte sulle nostre vite, va garantito il diritto a un’informazione di qualità, fondata sulla verifica delle notizie e sul giornalismo d’inchiesta.
In un’epoca in cui le potenze imperialiste si fanno sempre più minacciose e violente e gli stati e i movimenti fascisteggianti tentano di destabilizzare le democrazie attraverso la disinformazione, i media pubblici e indipendenti sono più che mai indispensabili.
Ricordiamoci che la Radiotelevisione svizzera esercita una funzione “di servizio”: in caso di guerra, di crisi o di catastrofe ha il compito di assicurare la comunicazione fra le autorità e la popolazione. Fragilizzare la nostra radio e la nostra televisione, con i media a loro collegati – come vorrebbero i non disinteressati alabardieri dell’UDC – significherebbe spegnere la voce delle minoranze linguistiche, delle regioni periferiche (e di montagna), ma anche indebolire la coesione nazionale e la nostra sicurezza.
Articolo apparso il 02.02.2026 su LaRegione.