Gentile Signora Presidente, stimati Consiglieri di Stato, care colleghe e cari colleghi,
per misurare la salute di un’economia e di una società bisogna partire dal basso, osservando le condizioni di chi dispone di meno risorse, di minori tutele e di un potere contrattuale più debole.
È da questa prospettiva che va letta la modifica della legge federale nata dalla mozione
Dietro una discussione apparentemente tecnica sul rapporto tra norme si nasconde una questione molto concreta: stabilire se un contratto collettivo nazionale possa consentire salari inferiori al minimo deciso democraticamente da un Cantone.
Per il Ticino, ciò significa mettere in discussione una tutela voluta dal popolo e costruita per contrastare le distorsioni più gravi del nostro mercato del lavoro.
Ora, con una grave forzatura, una decisione centralista presa a Berna pretende di cancellare queste scelte democratiche autonome.
Si tratta di un attacco al federalismo talmente evidente da essere avversato dallo stesso Consiglio federale e da 24 Cantoni su 26, che, nella consultazione della prima versione proposta, si sono schierati contro una pericolosa ingerenza centralista.
Entrando nel merito, sappiamo che in Ticino questa stortura (subdola!) consentirebbe deroghe al ribasso tali da colpire le lavoratrici e i lavoratori dei settori più fragili: ristorazione, albergheria, pulizie, estetica, sicurezza e lavoro interinale.
A subirne le conseguenze sarebbero persone che svolgono attività essenziali, spesso caratterizzate da orari difficili, precarietà e margini molto ridotti per rivendicare condizioni migliori.
È inoltre opportuno ricordare che la traiettoria salariale che ora siamo chiamati a difendere è il risultato del Rapporto della Commissione Gestione e Finanze, firmato all’unanimità dai rappresentanti di tutte le forze politiche di questo Parlamento presenti in commissione.
Quell’accordo solido, faticosamente siglato per innalzare progressivamente la soglia e raggiungere entro il 2029 la fascia di 21,75-22,25 franchi – che personalmente mi permetto di definire ancora insufficiente –, viene oggi brutalmente silurato dalla normativa federale.
Si sta stracciando un patto politico e sociale che questo Gran Consiglio ha votato a larghissima maggioranza!
Si stima che circa 4’000 persone nella nostra regione verrebbero private di questa tutela. Parliamo di quasi un quinto dello spettro complessivo interessato dagli aumenti previsti. E due terzi di queste 4’000 persone vivono e risiedono nel nostro Cantone!
Dobbiamo guardare in faccia la realtà: in Ticino la povertà lavorativa colpisce un quarto della popolazione attiva. Il tasso di working poor a sud delle Alpi è esattamente il doppio rispetto alla media nazionale.
Parliamo di oltre 80’000 residenti a rischio indigenza; persone che lavorano nei cantieri, nelle cucine, negli uffici e in molti altri ambiti, anche a tempo pieno, e alla fine del mese restano povere.
In settori come il tessile o la logistica, il 30% dei dipendenti guadagna meno di 3’500 franchi lordi al mese.
Dietro questi dati ci sono soprattutto donne, famiglie monoparentali e residenti occupati nei servizi.
Di fatto, togliere lo scudo protettivo del salario minimo vorrebbe dire spingere scientemente queste persone verso gli sportelli dell’assistenza pubblica.
A Berna, i sostenitori di questa deroga scellerata si sono permessi di sventolare – arbitrariamente – la bandiera del partenariato sociale. Ma cerchiamo di essere onesti!
Che tipo di “competitività” è quella che si basa sulla libertà di pagare un lavoratore meno del minimo vitale?
Ce lo ricorda la scienza economica più autorevole: l’idea che ogni rafforzamento dei salari minimi comporti inevitabilmente una perdita di posti di lavoro è stata ampiamente ridimensionata. Economisti come il premio Nobel Joseph Stiglitz hanno mostrato come retribuzioni più adeguate possano sostenere i consumi, ridurre il ricorso alle prestazioni sociali e contribuire alla stabilità dell’economia reale.
In questo quadro, il salario minimo rappresenta la base sulla quale può svilupparsi la contrattazione collettiva.
Una simile deroga finirebbe per indebolire una tutela voluta dalla popolazione e per esercitare un’ulteriore pressione sulle retribuzioni più basse. A subirne gli effetti sarebbero migliaia di persone che, pur lavorando, vivono già in condizioni finanziarie precarie e devono far fronte al continuo aumento degli affitti, dei premi di cassa malati e del costo dei beni essenziali. La flessibilità invocata dai sostenitori della riforma si tradurrebbe, in questo contesto, concretamente, in un aggravio per i lavoratori, le lavoratrici e le loro famiglie.
Quando il salario non consente di far fronte alle spese essenziali, le conseguenze ricadono anzitutto sulle famiglie, costrette a sacrifici e rinunce, e successivamente sulla collettività, chiamata a intervenire attraverso le prestazioni sociali. In questo modo, una parte del costo del lavoro viene trasferita dalle imprese allo Stato, che finisce indirettamente per compensare l’insufficienza dei salari.
Le prese di posizione dei Cantoni e delle organizzazioni sindacali, insieme alla volontà del nostro stesso Parlamento, indicano con chiarezza la strada da seguire.
Sostenere il referendum cantonale messa in votazione oggi è una difesa fondamentale del nostro ordinamento federale, ma soprattutto della dignità delle persone che lavorano e degli accordi che noi stessi abbiamo siglato in questo Parlamento.
Vi ringrazio per l’attenzione.