Yannick Demaria

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INTERVISTA QUADERNI ALTERNATIVI: GOVERNABILITÀ, ARROCCHINO E DOPPIO BINARIO

  • Di Redazione

Il PS non ha mai risolto il problema se partecipando al CdS debba contribuire attivamente e in ogni caso a garantirne la governabilità. Dire di si può apparire in fondo accettare a priori l’agire di un governo di maggioranza di destra in una realtà capitalista. Qual è la tua posizione? Qual è la posizione della GISO in materia?

Credo che la governabilità non sia un dogma o una condizione da perseguire o da difendere in quanto tale. Contano piuttosto gli obiettivi e le scelte politiche che un governo si vuol dare o riesce a mettere in campo. Se queste politiche difendono regolarmente i privilegi di pochi, tagliando sul sociale, la salute e l’istruzione, certamente non siamo in una situazione di “buon governo” e quindi le condizioni per una collegialità (in quanto subìta o passiva) non sono più date.

Un buon principio che possiamo ricordare, con Kant (Metafisica dei costumi), è che un potere politico è legittimo solo se rispetta la libertà di tutti secondo una legge universale. Dunque la governabilità non può essere un valore assoluto se non è fondata su principi razionali e morali. Partecipare a un governo che opera sistematicamente contro la giustizia sociale significa, in questo senso, rinunciare alla propria autonomia morale in favore di una mera adesione alla forza del fatto. Kant ci insegna infatti che la governabilità ha senso solo se garantisce giustizia e libertà e che la legittimità del potere si fonda sulla moralità e non sull’efficienza. In un governo che perpetua ingiustizie sociali, non c’è spazio per una collegialità neutra. Parteciparvi senza criticarlo significa abdicare alla responsabilità morale che ogni forza progressista dovrebbe mantenere.

È evidente che il nostro sistema elettorale, che ha comunque il pregio di garantire una presenza nell’esecutivo anche alle forze minori, può essere insidioso per la sinistra, perché tende alla “normalizzazione” e all’omologazione. Per questo è necessario che il PS adotti una linea chiara e coerente, che permetta o esiga dal proprio o dalla propria rapprentante un sostegno concreto alle rivendicazioni e alle istanze di opposizione e cambiamento che si sviluppano nei movimenti e nella società. In assenza di una riflessione complessiva – che ora non c’è – e di alcune scelte ben ponderate ma coraggiose – che ora non ci sono –, saremo sempre esposti a gravi e pericolose contraddizioni. La persona nell’esecutivo sarà sempre più sola, mentre il partito, ridotto a una funzione quasi esclusivamente declamatoria, si ritroverà sempre più spesso in ritardo o in fuorigioco.

Altro problema irrisolto: storicamente il PS si è quasi sempre “adagiato” sulle posizioni del/della suo/sua CdS,di cui si sente obbligato a difendere l’operato. È l’unica strategia possibile in TI o è immaginabile, anche per dare più capacità contrattuale alla Consigliera, che il PS fosse più presente nella società, anche come movimento di opposizione? Ti sembra possibile conciliare l’essere al governo con contemporaneamente rappresentare una forza di opposizione, la cosidetta strategia del “doppio binario”?

    L’espressione “doppio binario”, così come la dicotomia assoluta fra la  presenza negli esecutivi e quella nei legislativi, mi è sempre sembrata un po’ limitativa e paralizzante già dal punto di vista logico, una contraddizione in termini.  Due binari paralleli corrono comunque separati e, quando si pretende di ricongiungerli, i due treni si scontrano e deragliano. L’unica speranza è la costruzione di un movimento coerente di opposizione, insomma un unico convoglio che proceda ben articolato nella stessa direzione e verso la stessa destinazione, che sia presente capillaremente nel territorio, sapendo accogliere e valorizzare i bisogni reali della popolazione. A maggior ragione, in una situazione in cui le forze della sinistra sono minoritarie in governo e in parlamento – il problema si porrebbe anche con il sistema maggioritario –  questa è la “conditio sine qua non”. Del resto le poche vittorie che siamo riusciti ad ottenere in parlamento sono state rese possibili dalle manifestazioni di piazza – come quella contro i tagli ai sussidi per la cassa malati – che hanno condizionato anche l’atteggiamento delle altre forze politiche.

    Per Gramsci (I Quaderni dal carcere), il partito deve essere un “intellettuale collettivo”, ben radicato nella cultura popolare e capace di costruire un’egemonia, cioè una visione del mondo condivisa, e non solo di occupare ruoli di potere.Egli ci ricorda che non si governa solo con l’autorità o la forza, ma soprattutto costruendo egemonia nella società. Se il PS vuole incidere per davvero, deve essere parte viva del tessuto sociale e non solo un attore istituzionale. L’egemonia o, perlomeno, la trasformazione culturale si costruisce nei movimenti, sui posti di lavoro, nelle scuole, nelle associazioni, nelle mobilitazioni e nella difesa strenua dei diritti, ovunque siano calpestati, e non nei corridoi del potere.

    Per Simone Weil (La prima radice) la radice più profonda dell’essere umano è proprio la partecipazione concreta alla vita collettiva. Ogni governo che non parta dall’esperienza vissuta, dai bisogni reali, è destinato all’alienazione. Ecco il perché della necessità, come si diceva, di un partito che diventi il motore pulsante di un movimento coerente, capillare e ben radicato che, grazie all’elaborazione di idee nuove e di una cultura alternativa a quella dominante, sia il punto di riferimento principale per chi sente il bisogno di una trasformazione per una società più giusta. 

    In ogni caso, non possiamo permetterci di trascurare l’analisi complessiva delle cause della crisi sociale (e ambientale) che viviamo anche in Ticino, che è parte di un sistema malato. In questo senso serve una bussola! Urge la consapevolezza, al di là dei settarismi, della necessità di un fronte ampio e determinato, che non si limiti alla contingenza e ai tentativi di risolvere i problemi singolarmente – specialità in cui gli avversari sono quasi sempre vincenti –, ma si situi senza ambiguità per la ridistribuzione della ricchezza, per un’alternativa al capitalismo liberale e per un socialismo fondato sulla giustizia sociale e la giustizia climatica.

    Sul piano nazionale il PSS sembra allinearsi alle posizioni belliciste dell’EU con il suo folle piano di riarmo che porterà ad una Germania riarmata sino ai denti. Sembra anche confermarsi un avvicinamento della Svizzera alla NATO. Quale è la posizione della GISO sul piano nazionale?

    La prima cosa che voglio dire è che nel contesto storico terribile in cui viviamo è importante ribadire il totale appoggio politico a tutti i popoli aggrediti o dominati e agli oppositori di tutti i governi totalitari e liberticidi, nessuno escluso. Va ribadita la totale indipendenza della Svizzera dalla NATO, così come la necessità di costruire la propria sicurezza non attraverso il riarmo, bensì attraverso i diritti fondamentali e il benessere sociale, economico e culturale dell’intera popolazione. È del tutto evidente che gli aumenti sconsiderati delle spese militari che si stanno per abbattere sulle cittadine e i cittadini europei (e svizzeri) non faranno altro che compromettere gravemente questi diritti, aumentando  disiguaglianze e povertà. 

    Per quanto riguarda i rapporti con l’UE, propongo volentieri i documenti pubblicati sul sito della GISO svizzera (www.juso.ch), in particolare la presa di posizione “Dall’Unione europea all’internazionalismo” del 17 settembre 2022. In ogni caso, in un contesto di capitalismo globalizzato, non ci si illuda che una politica isolazionista, come quella auspicata dalle varie iniziative sovraniste possa permetterci di trovare soluzioni efficaci ai problemi più gravi (che sono necessariamente sovranazionali) o di esimerci dal ritenere le classi sociali dominanti del nostro Paese  uno dei più ricchi del mondo  estranee alle politiche economiche imperialiste e aggressive del capitalismo internazionale.

    Già nel 1940, Walter Bemjamin (Tesi sulla concezione della storia) osservava che «la tradizione degli oppressi ci insegna che lo stato d’eccezione in cui viviamo non è l’eccezione ma la regola». È la regola per chi subisce la storia e la guerra non è un incidente, ma un meccanismo integrato nel capitalismo globale. La guerra, la repressione, lo sfruttamento non sono incidenti occasionali in un sistema giusto: sono il funzionamento ordinario di un mondo fondato sull’ingiustizia.

    Le guerre in corso e la “corsa al riarmo” sono interpretabili come un delirio di onnipotenza di un capitalismo trionfante che distrugge gradualmente la democrazia, lo stato sociale, i diritti fondamentali (per non parlare del clima), provocando una crescita esponenziale delle disuguaglianze a livello planetario e nei singoli paesi. In questa sistuazione – utilizzando le parole di Fabio Arnao, Capitalismo di sangue. A chi conviene la guerra (Laterza, 2024) – è inevitabile «che anche in campo bellico sia sempre di più il mercato a dettare le regole, alimentando le pratiche di subappalto a corporation private di funzioni un tempo monopolio dello stato: dalla logistica, all’addestramento delle truppe, dall’intelligence ai ruoli di combattimento (per non parlare dell’industria degli armamenti, privatizzata già dalla fine dell’Ottocento)».

    Oggi è evidente una “clanizzazione” della società e dell’economia globale con l’ascesa al potere di plutocrazie che ambiscono al dominio mondiale anche attraverso il controllo globale delle nuove tecnologie. Persino il termine “autocrazie”, spesso utilizzato per definire i nuovi monarchi, rischia di essere insufficiente e il solo riferimento alla geopolitica può essere fuorviante nell’analisi e diventare causa di clamorosi abbagli e scelte di campo discutibili.  I principali protagonisti di questa fase non sono più gli stati-nazione, ma gruppi che agiscono come clan. Sono mafie, gang, terroristi, signori della guerra, ma anche partiti e alte sfere della finanza e delle corporation internazionali. È il concetto di “oikocrazia”, utilizzato proprio da Fabio Arnao in un suo precedente lavoro. 

    Come sappiamo, per effetto delle politiche neoliberiste, sempre più governi hanno ceduto le loro prerogative a interlocutori privati, diventando di fatto dei semplici appaltatori. Remissivamente sono state concesse la penetrazione, la sovrapposizione e poi la totale coincidenza – e quindi il dominio – del potere economico e finanziario su quello della politica e dello Stato. 

    La guerra globalizzata trae in inganno: nel nostro occidente spesso è sentita meno pericolosa, perché diffusa su tanti fronti, o come lontana. Ma ormai la narrazione dominante è riuscita a promuovere la guerra come unico strumento per affermarsi o risolvere i conflitti. Del resto «la guerra conviene»: «al punto da fare della violenza stessa uno dei principali e più redditizi settori del capitalismo del terzo millennio». La civiltà moderna e il capitalismo ci hanno «affondati in una nuova forma di barbarie» (Adorno), dove il mito è tornato nelle sembianze di un ordine razionalizzato e totalitario. 

    Venendo all’attualità ticinese e alla vicenda arrocco e arrocchino in cui la Lega ha cercato di salvare la faccia e la reputazione dei suoi due Consiglieri di Stato alle spalle del Paese intero e della maggioranza del Consiglio di Stato stesso, ci spieghi la posizione della GISO e le ragioni che l’hanno spinta ad aderire alla richiesta di convocazione di una seduta straordinaria di Gran Consiglio? Cosa rimproverate in questa vicenda al partito e alla Consigliera di Stato?

    Stabilite le debite proporzioni rispetto ai problemi di cui abbiamo parlato e a quelli che preoccupano per davvero la popolazione del nostro Cantone e ricordato che all’origine di tutto c’è solo la gara tutta di destra fra Lega e UDC per una sedia in governo, va detto che ciò che è avvenuto non è serio e non può essere tollerato. Non si deve cedere alla propaganda, alle fughe in avanti e ai ricatti di figure istituzionali che da una parte pretendono dai colleghi la collegialità e dall’altra affidano la comunicazione delle loro decisioni unilaterali a un domenicale xenofobo e razzista. È intollerabile che il capo del Dipartimento del territorio (con la Lega) ottenga comunque soddisfazione dal governo dopo il triste spettacolo inscenato all’inaugurazione dell’anno giudiziario, in un ambito che manifestamente non era di sua competenza. Le scuse non bastano.

    Il motto della GISO è « Cambia ciò che ti disturba! ». Siamo convinti che il Parlamento abbia il dovere di esercitare il suo ruolo di controllo democratico sul governo e di non farsi esautorare da decisioni prese in sedi ristrette e senza trasparenza. Questa è una manovra politica opaca che merita la massima attenzione per le sue prevedibili conseguenze istituzionali, amministrative e politiche, tanto più che la soluzione “di compromesso” appare istituzionalmente ancora più illogica rispetto all’arrogante proposta iniziale.

    Nel nostro comunicato del 10 luglio avevamo scritto che «questa vicenda mostra quanto scarso valore sia concesso alle istanze della popolazione quando vengono imposte logiche spartitorie tra partiti di governo» e che «lasciar correre sarebbe un segnale pericoloso: significherebbe accettare che alla Lega si possa dare “il contentino” in nome della “stabilità”, anche a scapito della fiducia istituzionale e della coerenza politica».

    Intervista apparsa il 20 agosto 2025 su Quaderni Alternativi

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