I conti del Cantone sono in difficoltà, e i numeri non lasciano spazio né a illusioni né a fuorvianti narrazioni. Il capitale proprio del Cantone è negativo e si attesta attorno ai -200 milioni, mentre il debito pubblico supera i 2,7 miliardi. Il piano finanziario prevede disavanzi superiori ai 500 milioni e a breve non si riuscirà a rispettare il freno al disavanzo.
C’è chi darà la colpa alla riforma sanitaria EFAS, all’abolizione del valore locativo, all’imposizione individuale o alle due iniziative sui premi di cassa malati senza nemmeno considerare i 300 milioni di sgravi fatti tra il 2017 e il 2025, per non parlare della riforma generale delle stime rimandata ai posteri.
Lo stesso Governo ritiene che la situazione sia “insostenibile per una realtà come il Ticino”.
Davanti a numeri così fuori scala, la risposta che si sente sempre più spesso è una sola: tagliare, tagliare il numero di dipendenti, tagliare le prestazioni, tagliare la pedagogia speciale. Eppure, è una risposta che da sola non reggerebbe, sia dal punto di vista della reale fattibilità, sia per una questione etica e di equità sia per la tutela della pace sociale.
Risanare i conti con i soli tagli non è possibile per tre motivi.
Primo, la dimensione. Un buco strutturale che, con i nuovi oneri, sfiora i 500 milioni non si chiude con le forbici senza smontare pezzi essenziali dello Stato: la scuola, la sanità, gli aiuti alle persone. E di tagli ne sono già stati fatti: il preventivo 2026 conteneva circa 120 milioni di nuove misure di rientro, che si sommano a quelle del 2024 e del 2025. Eppure — lo riconosce lo stesso Governo — non bastano.
Secondo, il mandato popolare. Il popolo ha appena votato per aiutare di più le famiglie sui premi di cassa malati: 200 milioni di solidarietà decisa alle urne. Sarebbe una beffa finanziarli togliendo altri servizi agli stessi cittadini.
Terzo, il meccanismo. Tagliare un servizio non fa sparire il bisogno: lo sposta. Il costo torna indietro al cittadino sotto forma di servizi e aiuti che mancano, da pagare di tasca propria. Ogni taglio si trasforma in una fattura, così come è stato fatto con la tassa sugli aiuti domiciliari.
Ed è lo stesso Consiglio di Stato a dirlo: serviranno interventi “sia sul fronte della spesa che su quello delle entrate”. Entrate, appunto, di cui finora si è parlato troppo poco, o meglio se ne è parlato, ma per ridurle.
Ipotizziamo una proposta concreta.
Un’imposta di risanamento transitoria sulle grandi fortune. Il meccanismo è il seguente: è un supplemento all’imposta ordinaria sulla sostanza — solo cantonale, a tempo determinato —, che scatta oltre i 3 milioni di patrimonio netto e porta il carico complessivo dei grandi patrimoni al livello di Ginevra (circa l’1%), senza superarlo.
Chi sarebbe interessato? Pochissimi. I patrimoni netti sopra i 3 milioni appartengono a 4’197 contribuenti: l’1,6% del totale. Ma da soli detengono circa la metà di tutta la sostanza netta del Cantone. Il ceto medio e medio alto non è sfiorato: un patrimonio netto di 3 milioni — al netto dei debiti e dell’ipoteca — è ben oltre la casa di proprietà di una famiglia benestante.
Quanto rende? Circa 140 milioni l’anno. È una cifra superiore al disavanzo strutturale e in pochi anni ricostituirebbe il capitale proprio oggi negativo.
Si dirà: così i ricchi se ne vanno. Non necessariamente. Ginevra, pur avendo l’imposizione sulla sostanza più elevata della Svizzera, continua a concentrare patrimoni molto importanti: nel 2024 il gettito dell’imposta sulla sostanza è salito da 1,03 a 1,21 miliardi di franchi, circa il 17% in più rispetto all’anno precedente. Anche il Ticino mostra come la fiscalità sia solo uno dei fattori che determinano gli spostamenti.
Inoltre, sarebbe un’imposta transitoria sulla sostanza netta imponibile, con uno scopo dichiarato: ricostituire il capitale proprio del Cantone. Resta in vigore finché quel capitale è negativo e si spegne, automaticamente, quando torna positivo. Uno sforzo straordinario per una situazione straordinaria, con un’aliquota che ha già superato i tribunali.
Di fronte a un buco da centinaia di milioni, chi deve pagare il risanamento? Possiamo farlo pagare, ancora una volta, agli anziani, ai malati, alle famiglie, a chi ha redditi medio-bassi. Oppure possiamo chiedere uno sforzo, temporaneo e proporzionato, all’1,6% che possiede metà della ricchezza del Cantone.
La solidarietà, quando i conti sono in rosso, può venire anche dall’alto. Risanare si deve. Ma non si può, e non si deve, farlo esclusivamente con i tagli.
Articolo apparso il 16.10.2026 su laRegione.